lunedì 14 agosto 2017

Scimitar&Jinn: Il destino della sposa


I
La vedetta, distesa tra le rocce più sopra, fece con la mano cenno di salire.
Butros la Guida guardò Usama: la precedenza andava sempre al capo. Ma il bandito gli indicò con un cenno della testa la parete rocciosa alla base della quale si erano fermati.
Butros si arrampicò sulla dura e polverosa pietra rossastra. Raggiunse la vedetta, si accucciò e si voltò per aiutare Usama.
Il capo dei banditi sdegnò la mano che gli veniva offerta, si issò sulla piattaforma di roccia e insieme strisciarono fino al bordo.
Sotto di loro un salto di un centinaio di qasab terminava in altre pietre e sabbia.
Poco lontano, una carovana attraversava la gola.
Portando la mano per proteggersi gli occhi dal sole, Butros distinse una serie di guardie armate di lancia montate su cammelli, donne velate che cavalcavano asini, e un takhteravan portato da quattro cammelli. Chiudeva la carovana una fila di asini, lenti sotto il peso delle sacche e delle casse caricate, spinti a scudisciate da servi a piedi.
- È strano – feci notare. - Una carovana di sole donne?
- Una sposa, - tagliò corto Usama, - che vuole raggiungere il futuro marito alla Città Santa.
- Ma la Città Santa non è da quella parte.
- E allora dove stanno andando?
- Non lo so, quella pista conduce al deserto. Al nulla.
Usama fece spallucce.
- Che importa! Hai visto quegli asini o sei cieco? Sono pieni di merce. Di sicuro c’è una dote. Per non dire delle donne del seguito.
La sua bocca si aprì in un sorriso cattivo e lussurioso prima di aggiungere: - E la sposa deve essere molto bella. Vorrò fare la sua conoscenza.
- Hanno anche una scorta.
Il capo dei banditi mi guardò sprezzante: - Non saranno un problema. Di sicuro dei sfigati assoldati in qualche villaggio durante il pellegrinaggio. Dimmi, guida, dov’è il posto migliore per tendere loro un agguato?
Butros al-Murshid conosceva quei deserti roccia per roccia, duna per duna, e metteva questa sua conoscenza al servizio dei briganti. Era l’unico motivo per il quale non lo avevano già ucciso.
E dopotutto, che male c’era a derubare ricchi ipocriti durante il loro pellegrinaggio?
- Questa sera, poco prima del tramonto, saranno in un tratto della gola dove le pareti sono più basse e frastagliate.
- Nascondigli?
- Quanti ne vuoi, e nemmeno si accorgeranno dei tuoi uomini fino a quando sarai loro addosso.
- Scendo ad avvisare i miei.
Usuma si allontanò strisciando. Butros rimase a guardare la carovana.

(...)

mercoledì 9 agosto 2017

Mummie, indemoniate e laghi di montagna

In città fa caldo, troppo caldo: dicono sia l'estate più calda degli ultimi non-so-quanti anni. 38.8°C. All'ombra.

In queste condizioni è difficile anche solo pensare. E quindi si parte per una gita su al nord, in Friuli e in Carnia, per prendere un po' di fresco e magari vedere qualche luogo interessante, in compagnia della mia amata Red Sonia.

(quasi)

Prezioso aiuto per pianificare la gita: La Guida Insolita del Friuli, di Renato Zanolli, piena di notizie e aneddoti interessanti su quelle terre.


La prima tappa è Venzone, dove sono conservate le famose Mummie.
Nel 2017 Venzone ha vinto il premio come comune più bello d'Italia. Non è il primo premio che abbia vinto: nel 1965 è stato nominato "Città Monumento d'Italia" dal Ministero della Pubblica Istruzione, per l'importanza storica, architettonica e culturale. Nel 1976 il borgo è stato devastato dal famigerato terremoto, ma in una decina d'anni è stato ricostruito pietra per pietra.

Non ho fatto foto delle mummie, e tanto meno selfie, perché un minimo di decoro ce l'ho ancora. Vi mostro però un paio di immagini tratte da internet:



Le mummie risalgono al 1300, e sono state scoperte nel 1647 durante alcuni lavori nel Duomo di Venzone. La loro conservazione è dovuta a un fungo (l'Hypha Bombicina Nigra Pers) che ha "il potere di disidratare i corpi nel breve tempo di 12-14 mesi," cito dal Zanolli, "facendo pergamenare la pelle dei corpi sepolti."
Nel 1800 furono estratte una quarantina di mummie, portate poi in giro per il mondo: alcune finirono all'Università di Padova, altre in musei e chiese di Parigi e Vienna.
Al giorno d'oggi cinque mummie sono visibili nel sottosuolo della Cappella di San Michele.


(il Vostro Eroe tra i ruderi della Chiesa di San Giovanni Battista)

(particolare inquietante nel Duomo di Sant'Andrea)

Piccola curiosità: nel 1957 a Venzone furono fatte delle riprese per il film Addio Alle Armi, tratto da Hemingway.

Dopo Venzone la tappa successiva è stata il Lago di Cavazzo, dove il vostro eroe si è potuto godere un relax totale, mettendo i piedoni a mollo nelle acqua ghiacciate del lago e guardando le folaghe.


Visto che si trovava là vicino, abbiamo fatto visita anche al Lago di Verzegnis.


E proprio riguardo Verzegnis, il Zanolli racconta un'interessante storia riguardante le Indemoniate che infestarono quei luoghi nel 1878. Per farla breve, "le ragazze più giovani e più belle (...) diedero segni d'insofferenza, cui facevano seguito attacchi isterici."

Quando la situazione divenne insopportabile, gli abitanti di Verzegnis chiamarono in aiuto, nell'ordine: un esorcista, il parroco, il sindaco, un inviato della Prefettura di Udine e il Capo distretto di Tolmezzo. Esorcismi, messe, gavettoni di acqua santa furono inutili. Le donne continuavano a comportarsi come indemoniate.

Alla fine decisero di venire a patti col demonio. Le donne si sarebbero comportate bene. In cambio, "il diavolo chiedeva bevande alcoliche, piatti gastronomici speciali con spezie e dolci patronali" per il consumo delle indemoniate. Il diavolo ottenne anche che le sue… “possedute” avessero una diaria giornaliera da spendere... nell'osteria del paese.
Avete capito?

Ma non eravamo ancora contenti. Ci siamo spostati quindi in Veneto, prima a Cima Sappada, poi direttamente presso la sorgente della Piave (sì, è femminile, rassegnatevi). Riporto qua una nota curiosa trovata sul blog Amare La Terra di Francisco Merli Panteghini:
Dove nasce la Piave? Qual è la sua sorgente? Dal monte Peralba scendono infatti due torrenti, grosso modo dalle stesse quote ma da due versanti diversi. Si incontrano appena fuori Sappada. Dopo la guerra la furia celebrativa non potè tollerare che il virile fiume che aveva difeso eroicamente l'Italia non avesse una madre certa (cioè una sorgente unica). Così una commissione ministeriale determinò l'attuale sorgente della Piave, dando all'altro torrente il nome di Piave di Visdende, con sdegno di quei valligiani che sostenevano la superiorità del loro corso d'acqua. 
Subito dopo la guerra fu anche cambiato il genere del fiume, a opera di Gabriele D’Annunzio, “poiché il simbolo che rappresentava la vittoria doveva necessariamente avere attributi maschili." (Wikipedia).

(il Vostro Eroe che si rilassa)




martedì 18 luglio 2017

L'Alba dei Jedi

Adesso che la Disney è impegnata a sfornare nuovi film di Guerre Stellari, ha pure deciso di eliminare quasi tutto l’Expanded Universe (EU), composto da romanzi, fumetti e videogiochi usciti negli ultimi 40 anni circa, per fare posto al nuovo canon.

Non ho mai seguito l’EU: una ventina di anni fa ho letto uno dei romanzi di Kevin J. Anderson, ma nulla di più. Qualche volta ho passato un po’ di tempo a leggere la Wookipedia: nell’EU si trovano molte cose curiose e qualche interessante fonte d’ispirazione.

Visto che adesso tutto l’EU passerà sotto la dicitura “Legends” per venire sostituito dal nuovo canon, ho deciso di esplorare a tempo perso questo “dimenticato” mondo di Guerre Stellari.

Sono partito dall’inizio, o meglio da un fumetto ambientato qualcosa come 25000 anni prima della trilogia originale. Potevo scegliere di leggere i primi romanzi o fumetti realizzati negli anni ’70, ma visto che mi piace pensare di esplorare quell’universo, tanto vale partire dall’inizio, o meglio dal punto più lontano nel tempo che posso raggiungere.

Il punti in questione è il fumetto Dawn of the Jedi, pubblicato dalla Dark Horse in tre serie, Force Storm, The Prisoner of Bogan e Force Wars, a partire dal 2012.


La serie inizia subito con un bel mistero: 36000 anni prima della Battaglia di Yavin (per i non iniziati, la distruzione della Morte Nera nel primo film di Guerre Stellari), delle piramidi volanti di origine sconosciuta “chiamano” e raccolgono persone sensibili alla forza (force-sensitive) da vari mondi della galassia e le trasportano su pianeta Tython, dove viene fondato l’ordine Je’Daii, allo scopo di studiare i poteri della Forza. I Je’daii prendono ispirazione dalle due lune di Tython, la luminosa Ashla e l’oscuro Bogan, per introdurre il concetto di Equilibro nella Forza tra i lati luminoso e oscuro. E tutto questo solo come introduzione.

La storia vera e propria si svolge nel 25000 e rotti anni BBY. La galassia è dominata dall’Impero Infinito dei Rakata, una specie di brutti ceffi interessati solo a schiavizzare e mangiare le altre creature. Questi Rakata usano il lato oscuro della Forza (chi l’avrebbe mai detto?) per soggiogare i mondi che conquistano. C’è di peggio: catturano tutti i force-sensitive e li usano come batterie per alimentare le loro astronavi. Non per niente sono tra i primi nella Galassia a viaggiare nell’iperspazio.

I Rakata sono interessati al pianeta Tython e alla Forza che scorre in esso. Il Segugio Xesh, un umano allevato dai Rakata nel Lato Oscuro per servirli, viene mandato sul pianeta come spia. Xesh incontra un gruppo di giovani Je’Daii, e cede al Lato Luminoso della Forza. Più che cedere si tratta di un scoprire, perché fino ad allora il Segugio non aveva nemmeno idea che esistesse un altro lato oltre a quello Oscuro: non aveva idea nemmeno dei concetti di pietà, amicizia e ha difficoltà a capire il motivo di esistenza di un medico.


Succede poi un po’ di tutto: i Rakata invadono Tython, ci sono tradimenti, amori, inganni e scoperte: non vi annoio con i dettagli, se vi fa piacere vi potete leggere tutte e tre le serie in un paio di tranquilli pomeriggi.

Che impressioni ho avuto?

Innanzitutto che l’Universo di Guerre Stellari è incredibilmente statico. In 25000 anni i grandi cambiamenti si contano sulle dita della mano di un falegname disattento. Ci sono astronavi e battaglie tra caccia (e non mancano i Capo Oro, Capo Rosso e Capo Blu), mentre la fanteria combatte con i blaster e le spade di metallo. Ci sono droidi e bene o male le stesse specie aliene alle quali i film ci hanno abituato. C’è sempre l’eterna lotta di equilibrio tra il Bene e il Male. La galassia di Guerre Stellari sembra essere bloccata in un eterno medioevo tecnologicamente avanzato: ho l’impressione che l’esistenza stessa della Forza impedisca alla Galassia di progredire. Da pensarci sopra.

Come detto sopra, solo i Rakata viaggiano a velocità superiori a quella della luce. Tutte le altre specie (tranne un paio più avanzate) viaggiano nello spazio in ibernazione. A parte quindi qualche scena ambientata su Byss, il pianeta capitale dei Rakata, e su Tatooine, sorprendentemente verde e lussureggiante in quest’epoca, la serie è ambientata interamente nel sistema solare di Tython. Ma ci sono decine di pianeti abitabili e quindi non manca varietà nelle location: dalle cupole industriali di Nox ai cristalli che ricoprono la superficie di Krev Coeur.




Non ci sono le spade laser dei Jedi – quelle verranno più avanti – ma le Forcesaber, le spade della Forza, che sono però alimentate dal Lato Oscuro, ovvero dalla rabbia e dall’odio di chi la usa. I Je’daii, quindi, per combattere il nemico devono continuamente rischiare di perdere l’Equilibrio con la Forza permettendo al loro Lato Oscuro di prendere un po’ per volta il sopravvento. Se a questo aggiungiamo che sono capitanati da un Je’Daii ribelle che era stato esiliato su Bogan perché pazzo e passato al Lato Oscuro, iniziamo a vedere i pericoli che l’ordine corre nella guerra: non solo di diventare batterie o cibo per i Rakata, ma cedere completamente al Lato Oscuro distruggendo l’Equilibro nella Forza.

La serie è stata scritta da John Ostrander e disegnata da Jan Duursema. Ostrander è bravo perché, nono stante una decina di personaggi principali, riesce a il giusto trovare spazio per tutti senza appesantire la storia, ma anzi spingendola avanti quanto più possibile. Duursema deve essersi scatenato, perché i Je’Daii non hanno il tipico dressing code dei Jedi: ogni personaggio quindi ha il suo particolare outfit che lo rende unico e interessante. Duursena, Dan Parsons (chine) e Wes Dzioba (colori) hanno dato vita a questo angolo remoto di storia dei Jedi con disegni dettagliati e di qualità.



È un peccato che la Disney/Marvel si sia ripresa i diritti per i fumetti di Guerre Stellari, interrompendo così una saga che avrebbe veramente potuto mostrare le radici di quella lotta tra Lato Oscuro e Luminoso della Forza che è il marchio di fabbrica della serie. Infatti in Dawn of the Jedi si vedono appena i primi contrasti sull’uso (e abuso) del Lato Oscuro, lasciando in sospeso chi tra i protagonisti avrebbe potuto cedere per primo.

lunedì 3 luglio 2017

New Camelot


Trovo sempre difficile parlare di qualcosa che ho creato, per il semplice fatto che preferirei lasciar parlare la mia creazione. Ma per le occasioni speciali si può anche fare un’eccezione. E un’occasione speciale direi proprio che è il primo romanzo pubblicato, vero?

E così, dopo varie traversie, è uscito nella collana Odissea Fantasy della Delos New Camelot, la nuova avventura di Fata Mysella, la fata più bastarda del mondo delle fiabe.
In New Camelot Mysella affronta la sfida della vita, in un turbinio di avventure, pericoli e colpi di scena.
Fata Mysella ritorna nella città di New Camelot per rispondere alla richiesta di aiuto di un suo antico amore.
Frank Dosasi l'investigatore-vampiro, deve risolvere il mistero dell'omicidio di un membro della Tavola Rotonda.
I due dovranno unire le loro forze per scoprire gli oscuri intrighi della Compagnia per lo Sfruttamento dei Reami Magici.
Cosa trovate in New Camelot? Misteri da risolvere, satiri stupratori, cyberelfe, golem di impasto per la pizza, fate hacker, arene di gladiatori, bambole assassine, steampunk dieselpunk e cyberpunk (sì, sono riuscito a metterli tutti e tre assieme. Come? Leggete e lo scoprirete…). Sopratutto, trovate Fata Mysella, più cattiva che mai.


Troppe cose vi spaventano? Vi state chiedendo se era proprio necessario usare tutti questi ingredienti? Me lo sono chiesto pure io. Vedete, ho passato trenta anni a leggere, guardare film e telefilm, giocare… sono una vita di impressioni e dettagli che ti si accumula dentro. E New Camelot è stato il contenitore ideale per tutti questi prodotti di reazione.
Che volete, dopotutto sono sempre un ingegnere chimico.

Avevo iniziato New Camelot nell'autunno del 2014. Avevo scritto l’ultimo capitolo nella primavera del 2016: lo so, non sono di quelli che sfornano un capolavoro al mese, ma ero alla mia prima opera lunga e avevo bisogno di prendere le lunghezze e i tempi. Prometto che il prossimo lo scriverò in meno tempo.

Sarebbe dovuto uscire con la compianta Casa Editrice Imperium di Diego Bortolozzo, ma purtroppo visto la chiusura dell’iniziativa New Camelot è rimasto un po’ nel limbo prima di trovare una collocazione (spero) definitiva.

Sono d’obbligo i ringraziamenti. Non sono bravo a farli, mi emoziono, mi blocco: sarò breve e so che non tributo a ciascuno gli onori che meriterebbe per davvero.

Ringrazio quindi:

Cristina Donati e Emanuele Manco di Fantasy Magazine perché è grazie loro che è stato pubblicato il primo racconto di Fata Mysella, Prince Charming, Inc.
Alessandro Forlani per i suoi insegnamenti e per le interessanti chiacchierate sulla scrittura.
Diego Bortolozzo e Paola Zagato per l'opportunità che mi hanno dato di pubblicare le avventure di Fata Mysella.
Ringrazio nuovamente Diego e Emanuele per il lavoro svolto sul romanzo.
Ringrazio tutte le Fate che ho incontrato nella mia vita, per quello che mi hanno dato e per quello che mi hanno tolto.
Ringrazio infine Fata Mysella, che mi ha raccontato le sue avventure e mi ha costretto a metterle per iscritto.

Potete acquistare New Camelot su Delos StoreAmazoniTunes e Kobo Store.

martedì 6 giugno 2017

Xpo Ferens

Alessandro Forlani ha preso una figura storica come Cristoforo Colombo, ci ha aggiunto un po' di Miti di Lovecraft e suoi miti personali, e ha tirato fuori un romanzo breve dalla lettura piacevole, interessante e con una serie di personaggi ai quali ci si affeziona. Parliamo di Xpo Ferens (Acheron Books).

Il giovane Cristoforo Colombo e suo fratello Bartolomeo, mercanti e navigatori, a seguito di un attacco di pirati saraceni raggiungono una strana isola dove rinvengono la mappa di un continente sconosciuto, situato al di là dell'Oceano Atlantico.
I due fratelli decidono quindi di partire alla scoperta del misterioso continente. Braccato dall'Inquisizione, e alla guida di un bizzarro manipolo di marinai provenienti da mezzo mondo, Cristoforo Colombo troverà il sostegno del più pericoloso armatore che si possa immaginare, e che sembra molto interessato alla meta finale: Abdul Alhazred, l'Arabo Pazzo...
Orrende negromanzie, equipaggi zombeschi, relitti di navi impossibili popolati da creature antidiluviane... il genio weird di Alessandro Forlani, premio Urania 2012, ci trasborda in una navigazione da incubo, che mescola e reinventa le suggestioni del fantasy avventuroso, del romanzo storico e dell'horror lovecraftiano!

Non scrivo questo post per convincervi a comprarlo, anzi farò finta che lo abbiate già letto e condividerò con voi qualche impressione. Se non lo avete letto, continuate a vostro rischio e pericolo!

Intanto già mi piace che l'autore abbia preso Abdul Alhazred come personaggio principale: perché limitarsi a imitare i Miti di Cthulhu quando puoi avere l'originale? Perché fare una brutta copia del Necronomicon quando puoi avere l’autore, addirittura disponibile a firmare autografi?
E poco importa che l'Arabo Pazzo sia ufficialmente morto nel 738 divorato da una creature invisibile: l'Alhazred di Forlani si mantiene “vivo” e vegeto grazie alla magia nera e: "sono pazzo di conoscenze che mi guidano ad altri mondi". Ed è proprio in un altro mondo che vuole farsi portare, usando le mappe che Bartolomeo porta nella sua testa. Mappe di un continente al di là dell'Oceano, ma non nel nostro mondo. L'America dove finisce Colombo e la sua ciurma è altrove, popolata da altre creature che in passato costruirono simulacri per aiutarli nei lavori, fino a delegare ad essi la loro stessa esistenza:

(…) molte scene si spopolavano di creature del tempo antico e stipavano, invece, di accumuli di oggetti. Molte erano macchine, alleviavano gli sforzi; ma gli amenicoli moltiplicavano in ogni parte di quel
mondo. Cose inutili cui quelle genti si dedicavano con cure insane: e la espressione sui loro volti, di intelligenza benché mostruosa, era adesso di ottusa e entusiasta acquiscenza.

Beh, forse non sono finiti proprio in un altro mondo... D'altra parte, come dice Abdul Alhazred: "Tutti i popoli evoluti sono stupidi e vanesi."

Mi diverte anche come l'autore lanci delle stilettate contro certe manie e fobie contemporanee, ma intessendole talmente bene nella scrittura che più di qualche volta rileggevo il paragrafo chiedendomi: ma lo ha fatto veramente?

Abdul Alhazred gli confessò, indispettito, un errore di calcolo relativo alle pile elettriche:
«Che cosa sono le pile elettriche?!»
«Quelle anforette di terracotta: hanno esaurito l'autonomia; credevo che bastassero, fino al prossimo scalo...»

Io quando viaggio, uguale.

In tutto il romanzo si respira forte l'atmosfera dei film di Alien. Lo strano veliero trovato in mezzo alla giungla ricorda l'astronave degli Ingegneri nel primo Alien. Anzi, sembra che Alien: Covenant abbia copiato più di qualche scena da Xpo Ferens, come l'astronave in mezzo ai boschi o le creature morte nella città abbandonata.



Non sono del tutto sicuro che Forlani e Ridley Scott si siano messi d'accordo. Da quel che ho letto sul blog dell'autore, Forlani aveva iniziato a lavorare a Xpo Ferens già un paio di anni fa, mentre Covenant è uscito quest'anno... ma non si può mai essere sicuri al 100%.
Magari è quel classico caso in cui certe idee sono nell'aria e più di una persona le raccoglie.

Sia negli ultimi Alien (ok, l'ultimo Alien e il primo e unico Prometheus) che in Xpo Ferens si parla di Creatori, Creature Create e le conseguenze della Creazione.
In Alien, Peter Weyland crea David. L'uomo crea la macchina, poi la macchina David (ri)crea lo Xenomorfo perfetto, che uccide l'uomo. È la creazione andata a male, la nascita di un cancro che uccide il creatore.

Somiglia (almeno ai miei occhi) a questo brano:

Il peggio era che i demoni servivano quelle genti, in simbiosi disgustosa con le abitudini più nascoste... si ingobbivano sotto i pesi, trascinavano, li issavano; accontentavano i commensali ai banchetti fino a ingurgitare i loro cibi e i loro sidro; li rigettavano nelle gole degli inetti e crapuloni. Quadri osceni di ripugnanti fornicazioni fra quegli esseri famelici e maschi e femmine degli antichi: lo scultore aveva reso l'ossessione, la rassegnata e colpevole accettazione, che quei diavoli dal cranio cavo pervertissero ogni aspetto della vita.

E, più avanti:

«Indovinate cos'è accaduto? (...) li ossessionarono; non riuscirono a farne a meno, demandarono a questi esseri tutto ciò che era un anelito, sostituirono le loro vite. Finché entrarono loro dentro e li privarono dell'anima: se foste un uomo di un altro secolo direste invece l'identità. Quando furono completamente svuotati, e la loro civiltà è collassata su sé stessa, provarono a liberarsene imbarcandone su quelle navi: ne fecero commercio... Trasportandone negli altri mondi naufragarono nel vostro.»

Non per niente è uno come Abdul Alhazred che vuole (spoiler spoiler!) costruire altri mostri, "Ma a Cristoforo insospettì che guardasse alle sculture con il disprezzo, con il fastidio, che aveva sempre per ciò ch'è pratico e ch'è concreto; la insofferenza per le manovre durante il viaggio e l'impazienza finché montarono l'accampamento." Uno come Alhazred, insomma, che disprezza il lavoro pratico fatto dall'uomo, che vuole automi al suo servizio e che, nonostante la sua antichità, somiglia troppo a certi datori di lavoro moderni.

Questo rispecchia quello che diceva Frank Herbert riguardo le macchine, ovvero che "i costruttori di macchine corrono sempre il rischio di diventare loro stessi macchine". E questo perché lavorando con le macchine si finisce per trattare anche gli altri esseri umani come macchine, e a pretendere che si comportino come tali.

Da ricordare, al giorno d'oggi, tra automazione e crisi del lavoro...

venerdì 2 giugno 2017

Ad Astra

La casa editrice Zona 42 ha pubblicato da poco Ad Astra di Antonio de' Bersa, e la cosa non poteva che sollecitare il mio interesse, per una buona serie di motivi.

Intanto è un romanzo di (proto)fantascienza italiano scritto nel 1884 che parla di viaggi spaziali, ispirandosi a Verne.

Poi l'autore è un triestino, di origini dalmate (no, non i cagnetti), che è stato direttore del quotidiano asburgico L'Osservatore Triestino dal 1876 al 1905. Buona parte del romanzo è anche ambientata a Trieste: e sapete, quando mi mettete assieme "Trieste" e "Fantascienza" mi sciolgo.
Sono fatto così.

E non dimentichiamo anche che lo scopritore di questo romanzo, per decenni dimenticato da tutti nella Biblioteca Civica di Trieste, è Jacopo Berti, che ho avuto il piacere di conoscere prima sul suo blog Gene Egoista e dal vivo al Stranimondi 2016.

Ultimo fattore di interesse, il romanzo presenta una innovazione curiosa per quanto riguarda il volo spaziale. Il mezzo col quale i protagonisti volano sulla Luna è un oscillante, un sistema curioso che permetterebbe di vincere la gravità tramite l'uso della forza centripeta (o centrifuga, lo sapete, dipende dal sistema di riferimento) di un sistema oscillante.

Ma andiamo con ordine.

L'anno è il 3847 e il mondo vive una "pace profonda (...). Niente guerre, niente rivoluzioni: nessuna di quelle crisi tempestose che costavano agli antichi tanto sangue e tanto denaro".
Si sta così bene che la popolazione è in soprannumero rispetto alle disponibilità alimentari: "Dal censimento generale del 3754 risultò che la terra era abitata da sette miliardi. Che formicaio!".

Sì, il Bersa era un'ottimista.

Vengono proposte varie soluzioni, tra cui il cannibalismo. L'unica percorribile sembra essere colonizzare la Luna.

Ma come?

A trovare la soluzione è Giustina Cortoni, figlia del bibliotecario civico di Trieste. La Giustina, protagonista del romanzo, trova un antico documento risalente al 1883, nel quale un certo Francesco de Grisogono riporta la sua mirabile invenzione: l'oscillante. Il documento, e il personaggio, sono autentici: Grisogono era un matematico vissuto a Trieste (1861-1921), che aveva veramente proposto questo sistema di propulsione oscillante per il viaggio interplanetario. Lo fece una prima volta nel 1883 nel suo "Sulla possibilità di viaggiare gli spazi celesti" (stampato dalla Tipografia del Lloyd Austro-Ungarico), e di nuovo nel 1914 nel suo libro "Germi di scienze nuove".
Nota curiosa: era il nonno di Claudio Magris.

Il motore oscillante sembra avere qualche somiglianza con il Carrellino Oscillante del discusso e discutibile Marco Todeschini. Non investigo oltre: per questo post tolgo i panni dell'ingegnere e indosso solo quelli (più comodi) del lettore.

L'oscillante, chiamato Tellus, viene costruito e il lancio è previsto da una piattaforma dal Golfo di Trieste.
E Elon Musk zitto.

Non manca la storia d'amore, con la Giustina presa in uno scomodo triangolo tra il bello e timido Cleanmorn e il selvaggio e intelligente Tekhudej.

Seguiranno avventure, scontri e la conquista della Luna. Non vi anticipo tutto: leggetelo che è divertente. Come dice il Berti nell'introduzione: "l'opera di de' Bersa presenta svariati elementi della migliore fantascienza tout court, che non è semplice trovare, tanto meno tutti insieme, nella classica fantascienza avventurosa, nel meraviglioso scientifico degli emuli di Verne e forse in Verne stesso...".
E in effetti non manca niente: invenzioni "steampunk", battaglie aeree, esplorazione lunare con tanto di pericoli.

Alcune descrizioni poi sono notevoli. Prendete questa: "Un silenzio pieno di tetraggini, immane, assoluto, come l'assoluta oscurità degli spazii, come l'assoluta aridità del suolo, come la morte pietrificata da migliaia di secoli nelle viscere irrigidite dell'astro".
Brrr...

Il curatore Jacopo Berti e l'editore Giorgio Raffaelli erano a Trieste a presentare il libro. Li vediamo in questa foto dove presentano l'ultima edizione del romanzo assieme ad altre due dell'epoca:


giovedì 25 maggio 2017

Le astronavi di Star Trek: Discovery

È uscito da pochi giorni il trailer per la nuova serie di Star Trek, Discovery. Da quel poco che si sa, ci saranno due astronavi “protagoniste”, la USS Discovery NCC 1031 e la USS Shenzhou NCC 1227.


Vista la mia passione per le astronavi, e lo studio che ho fatto in passato sul design delle medesime nella fantascienza, mi prendo lo spazio di questo post per studiare un po’ come sono queste due nuove astronavi.

La serie è ambientata 10 anni prima della Serie Classica, ovvero negli anni 2250’ dell’universo del Star Trek originale, non quello dei nuovi film di JJ Abrams, per intenderci.

Come già con Enterprise, gli autori della serie si sono trovati a dover realizzare qualcosa di avveniristico rispetto al presente di noi telespettatori, ma che rispetti anche una certa continuity della serie. Le nuove astronavi devono quindi essere vie di mezzo tra queste due Enterprise:


Partiamo con la USS Discovery. La forma è direttamente ispirata a quella ideata da Ken Adams e Ralph McQuarrie per Star Trek: Planet of the Titans, un film mai realizzato di metà anni ‘70 (al suo posto abbiamo avuto Star Trek: The Motion Picture, ma questa è un’altra storia).
La Discovery è caratterizzata da una sezione motori a forma triangolare, mentre la sezione a disco e le gondole a curvatura sono quelle tipiche di Star Trek.

La Discovery

La nuova Enterprise per Planet of the Titans

L’astronave è piaciuta a pochi. Sul serio, si è scatenato un certo odio verso questa Discovery – ormai purtroppo su internet odiare è il passatempo principale.
I critici dicono che (1) è brutta e (2) non è un design convenzionale per un’astronave della Flotta Stellare.

Va bene che “L'uomo normale parla, il saggio tace, il fesso discute”, però due commenti vorrei farli comunque.
Intanto che sia bella o brutta è soggettivo. A me piace. Ha delle forme nette (triangolo, disco, cilindri) e concettualmente richiama il lavoro fatto da Matt Jefferies per l’Enterprise originale, composta anch’essa da forme semplici (cilindri, dischi). Lo spirito è quello della Flotta Stellare di metà 23o secolo.

Ci sono poi elementi in comune con astronavi della Federazione precedenti e successive. 

Tra le precedenti ricordiamo la USS Franklin NX-326, con la quale condivide alcuni punti del design della sezione a disco. E non ci si deve far ingannare dal fatto che la Franklin appare in uno dei film ambientati nell’Abramverse: l’astronave è stata varata prima dell’arrivo del romulano Nero dal futuro, evento che ha portato alla nascita della nuova timeline.


Tra le successive… beh nell’universo di Star Trek astronavi della Federazione con la sezione motori di forma triangolare si sono viste in Star Trek III e nell’episodio di The Next Generation “Unification”. Sono astronavi che si vedono di sfuggita nel background, ma ci sono. Sono gli stessi modelli realizzati negli anni ‘70 per Planet of Titans, che sono stati adoperati solo per usare qualche vecchio fondo di magazzino. Nondimeno rappresentano il fatto che nell'universo di Star Trek c’è una linea di design di astronavi triangolari.



E non finisce qui: nella serie Enterprise (episodi “The Expanse” e “Twilight”) appare un vascello terrestre, antecedente alla nascita della Federazione e alla creazione della Flotta Stellare, ma di forma triangolare, che con un po’ di fantasia, può essere visto come antenato della USS Discovery. Basta aggiungere una sezione a disco. 


Che poi l’aggiungere “pezzi” alle astronavi di Star Trek non è cosa nuova. Il caso che mi ha colpito di più è stato quello del refit della NX, nel quale aggiungono un’intera sezione motore per rendere l’astronave più simile alla classe Constitution.


Va poi detto che quello triangolare non è l’unico design “anomalo” della Flotta Stellare. C’è anche una lunga tradizione di astronavi sferiche, che va dalla Classe Daedalus nel 23o secolo alla Classe Olympic del 24o, entrambe derivate dagli schizzi originali di Matt Jefferies.

Passiamo adesso alla USS Shenzhou.



Ho trovato il suo design molto deludente. Intanto è più tipico del 24o secolo di Star Trek che non del 23o. La prova? Il design è identico a quello della USS Mawson NCC 74918 creato da John Eaves per una serie di bozzetti per Deep Space Nine.


Pieno 24o secolo, mi dispiace.

Sembra proprio una mania di Star Trek: riutilizzare a oltranza modelli già disponibili. L’Enterprise NX-01 è identica alla USS Akira. La Discovery è identica a un’Enterprise che non c’è mai stata. La Shenzhou… abbiamo appena visto.

L’accusa principale che viene quindi mossa al design della Shenzhou è che non rispecchia quello della Serie Classica. E abbiamo visto che è vero. D’altra parte, riproporre un’estetica anni ’60 nel 2017 sarebbe stato solo un vuoto esercizio, una masturbazione estetica priva di vero significato. Qualcosa del genere era stato fatto in passato sia in Deep Space Nine (“Trials and Tribble-ations”) che in Enterprise (“In a Mirror, Darkly”), ma è una cosa che può reggere per un episodio, giusto per far contenti i fan. Aggrapparsi così alla continuity estetica (e narrativa, a dirla tutta) per un’intera serie alla lunga sarebbe controproducente e alienerebbe gli spettatori moderni.

Quindi ben venga il design classico della Discovery e anche quello moderno della Shenzhou. Alla fine l'importante è che il telefilm sia bello, vero?